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L'Impresa Garibaldina

 
 
 
 
 
 

Garibaldi in Aspromonte

Il ritorno a Caprera non aveva significato per Garibaldi un addio alle armi e la rinuncia ai suoi ideali. La vita tranquilla e serena sulla sua isola non aveva affievolito il suo desiderio dl mettersi al più presto alla testa delle sue Camicie Rosse. Nel proclama di Napoli dell’8 novembre 1860 aveva dato appuntamento ai suoi volontari per il marzo 1861: "Noi ci ritroveremo fra poco per marciare insieme al riscatto dei nostri fratelli, schiavi ancora dello straniero, noi ci ritroveremo fra poco per marciar insieme a nuovi trionfi" ma era­no tutte illusioni: il futuro gli riservava molti più dolori che "nuovi trionfi".
La prima amara delusione fu il completo scioglimento delle unità garibaldine, malgrado la sua commovente preghiera al re.

Due giorni dopo la sua partenza da Napoli, Vittorio Emanuele firmò il decreto di smobilitazione dell’Esercito meridionale. Ai volontari si offrì la scelta fra la ferma di due anni nell’Esercito regio ed il congedo con tre mesi di gratifica; agli ufficiali, sei mesi di gratifica in caso di congedo o, in caso di domanda di rafferma, l’esame di una speciale commissione mista di generali piemontesi e garibaldini. Questo provvedimento era parzialmente giustificato dal grande numero di falsi volontari o di eroi dell'ultima ora che avevano ingrossato le file dei garibaldini e specialmente degli ufficiali; questi ultimi gran parte improvvisati, assommavano a 7.000 su un complessivo di 50.000 uomini, mentre l’Esercito piemontese del 1859 aveva 3.000 ufficiali su 65.000 uomini. Ma almeno le quattro Divisioni create dopo la liberazione di Palermo, e che avevano rappresentato l’ossatura dell’Esercito meridionale fin dalla sua costituzione, pur con le debite selezioni e ristrutturazioni, avrebbero potuto essere mantenute e trasferite nell’organico dell’Esercito regolare come doveroso riconoscimento del loro contributo di valore e di sangue alla causa dell’Unità italiana. La gran maggioranza dei garibaldini se ne tornò a casa in segno di sdegnosa protesta e non valse a calmare le ire di Garibaldi il decreto di Cavour, emanato l’11 aprile dell’anno seguente, che istituiva il Corpo dei Volontari italiani, limitato però al solo approntamento dei quadri: 2.200 ufficiali scelti dai generali garibaldini fra quelli riconosciuti idonei dalla com­missione esaminatrice.
Questi provvedimenti provocarono i famosi scontri verbali del Generale al Parlamento di Torino con Cavour ("colui che mi ha reso straniero in Italia"), ed epistolari con Cialdini ("aspetto tranquillamente che mi si chieda soddisfazione").
Ma alle lotte politiche Garibaldi anteponeva l’azione sul campo e, dopo aver assunto la presidenza dei "Comitati di provvedimenti per Roma e Venezia" e raggiunto ancora una volta il continente invitato dal governo per inau­gurare le prime sedi di Tiro a segno create con lo scopo di fare "di ogni cittadino un soldato", si adoperò, con i suoi collaboratori più stretti, per radunare un Corpo di volontari per invadere il Tirolo con la speranza di far insorgere gli ungheresi, i boemi ed i balcanici allo scopo di provocare la caduta dell'Impero asburgico e liberare Venezia. Il suo progetto svanì sul nascere: il 14 maggio le truppe regie arrivarono a Sarnico, nel bergamasco, sbarrarono i passi della VaI Camonica e Vai Sabbia ed arrestarono tutti i volontari che si stavano radunando.
L’incidente non ebbe seguiti giudiziari per la saggia mitezza del Primo Ministro Rattazzi che non intendeva inasprire gli animi e che considerava il Generale un importante elemento per l’unità nazionale.
Mentre ancora perduravano le polemiche, Garibaldi, il 27 giugno, scomparve da Caprera per ignota destinazione; ma la meta del suo viaggio non rimase a lungo sconosciuta poiché, in breve, si diffuse la notizia dell’entusiastica accoglienza del popolo palermitano al suo "Salvatore"

La sfortunata impresa di Garibaldi per "liberare" Roma inizia ufficialmenet il 7 luglio.
Il Generale sbarca a Palermo dalla nave Tortolì della società Rubbettino, unitamente al figlio Menotti e ai fedelissimi ufficiali Ripari, Cairoli, Missori, Guerzoni, Bideschini, Frigiesy, Basso.
Otto giorni dopo, al Foro Italico, presente il prefetto Pallavicini, come annota Vittorio Visalli nella sua opera Aspromonte, l'eroe lancia la sua sfida: «Popolo del Vespro, popolo del 1860 (l'anno della spedizione dei Mille) bisogna che Napoleone sgombri Roma, e se necssario si faccia un nuovo Vespro».
Al grido "Roma o morte" da ogni parte d'Italia e anche dall'estero giungevano volontari. Il ministro Rattazzi imponeva allora al Prefetto Pallavicini di impedire gli arruolamenti, ma ebbe come risposta le dimissioni dello stesso, che fu sostituito prima dal questore De Ferrari e poi dal generale Efisio Cugia.
Il I agosto sono tremila i volontari garibaldini attendati nel bosco della Ficuzza.

Chiare furono le parole di Vittorio Emanuele nel suo proclama del 3 agosto che terminava: "... Italiani! Guardatevi dalle colpevoli impazienze e dall’improvvida agitazione. Quando l’ora del compimento della grande opera sarà giunta, la voce del vostro Re si farà sentire fra voi. Ogni appello che non è il suo è un appello alla ribellione, alla guerra civile. La responsabilità ed il rigore delle leggi cadranno su coloro che non ascolteranno le mie parole. Re acclamato dalla nazione. conosco i miei doveri e saprò conservare integra la dignità della Corona e del Parlamento, per avere il diritto di chiedere all’Europa intera giustizia per l’Italia ".
Questo significava che Garibaldi non avrebbe trovato di fronte soltanto l’Esercito pontificio ma anche i soldati del regno d’Italia. Ma ne il proclama del re ne i consigli e le preghiere dei suoi amici più fedeli lo distolsero dal suo irrealizzabile progetto.

La legione romana divisa nelle brigate comandate da Menotti Garibaldi e Giovanni Corrao, che aveva a capo il colonnello Clemente Corte, si mosse la mattina del 5 agosto mentre il governo inviava truppe in Sicilia per "bloccare l'insensata impresa e gli anarchici disprezzatori delle leggi".
Niente e nessuno bloccarono Garibaldi, che con i suoi cinquemila uomini sbarcò, la mattina del 25 agosto, sulla spiaggia di Pizzo Falcone, vicino Melito Porto Salvo.
Erano trascorsi due anni da quando Garibaldi da Palmi spediva il famoso telegramma a Bertani:« La nostra marcia è un trionfo, le popolazioni sono frenetiche, le truppe regie si sbandano ».
Adesso, invece, erano gli stessi soldati italiani ad affrontare Garibaldi.
Il generale Cialdini, sbarcato a Reggio, dichiarava lo stato d'assedio della Calabria.
Il Prefetto di Reggio Calabria, Giuseppe Cornero, inviava a Garibaldi una commissione composta dai consiglieri provinciali Domenico Spanò Bolani, Bruno Rossi, Giovanni Ramirez, dal consigliere comunale Giuseppe Gullì, per pregarlo di non entrare in città, altrimenti Cialdini l'avrebbe fatta bombardare.
Garibaldi affermò che «...Reggio Calabria non avrebbe patito niente per colpa sua e che avrebbe scelto un'altra strada».
La legione si diresse verso la montagna, tra gli "inseguitori" il maggiore Panetti, il quale inviò un messaggio a Garibaldi con il medico Albanese: «Dite al generale che un suo vecchio soldato è nella dura condizione di  marciare contro di lui; gli ordini che ho ricevuto sono severi: disperdervi, farvi prigionieri, moschettarvi».
La marcia in montagna era dura, i Garibaldini non avevano ricevuto i rifornimenti che erano stati loro promessi a Melito. Pioveva a dirotto. Garibaldi era stato tradito. La guida lo aveva portato fuori strada.
Avevano impiegato 48 ore per raggiungere quella vetta invece delle 12 ore necessarie ed attraverso un percorso molto duro.
L'esercito regolare aveva avuto il tempo necessario per circondare l'Aspromonte.
Furono gli uomini del colonnello Pallavicini a sparare. Garibaldi aveva ordinato ai suoi uomini: «State fermi, tutti al posto, non fate fuoco. Occupate il colle, ma non rispondete se attaccano».
Poi una scarica di fucileria centra Garibaldi: una palla di striscio alla coscia sinistra ed un'altra gli fracassa il malleolo del piede destro.
Garibaldi grida: «Non fate fuoco, viva l'Italia»
poi la fine dello scontro a fuoco durato un quarto d'ora ed il cui bilancio era stato di cinque morti tra i soldati e di sette tra i volontari, èpiù quarantadue feriti.
Garibaldi ferito non volle trrattare con il Pallavicini, il quale avvicinatosui al ferito, a capo scoperto gli disse: «Generale faccio la vostra conoscenza in un triste momento. Credetelo ho qui nell'anima un profondo dolore. Sono ai vostri ordini».
Garibaldi ferito fu trasportato in barella a Scilla.
A quel combattimento parteciparono parecchi giovani cittadini eufemiesi e sinopolesi.
Un pino è circondato da una ringhiera di ferro, è il pino dove si appoggiò il Generale ferito o forse è l'unico esemplare testimone dell'evento storico?; il luogo è, comunque, meta continua di visite da parte di turisti

Ecco come Giuseppe Garibaldi riferisce l'episodio disgraziato di Aspromonte nei suoi "Frammenti a matita: 

" Catania s'era mostrata degna di Palermo e della Sicilia. In Catania trovammo un vulcano di patriottismo.  - Uomini, denaro, vettovaglie e vesti per la nuda mia gente.
" La Provvidenza c’inviò due vapori ed io, amante del mare, ~ dalla torre del convento dei Be­nedettini che domina Catania, salutai la venuta de’ due piroscafi collo sguardo appassionato d’ un amante. - Uno era italiano, roba nostra  - l’altro francese.
 " Buonaparte non ci aveva rubato Roma - che teneva da tredici anni? - e perché non potrò io di­sporre d’un suo piccolo legno per una notte? Due fregate italiane custodivano il porto e s’ accorsero naturalmente dell’intenzione nostra. - Dovendo traversar lo Stretto di notte bisognava fare i prepa­rativi di giorno. Le fregate vigilavano accuratamente e quasi chiudevano l’entrata del porto di Catania. Esse nella notte - o sarebbero all’ancora, e in quel caso potevano tenersi molto vicine, ma non pronte a perseguirci nella nostra uscita - oppure si terrebbero esse sulla macchina - ed allora impossibile di star così vicini agli scogli in una notte oscura - poiché tutto intorno al porto di Catania è scoglio e d’una lava che incute timore di giorno. Di notte quella costa è d’un oscuro - d’un tetro d’inferno. - Ostile l'esercito che circondava Catania, e che aumentava di numero ogni giorno. Ostile la squadra che senza dubbio sarebbe aumentata pure. Non v’era miglior espediente che di profittare de’ due provvidenziali vapori e tentare il passaggio.
" Se le fregate crociavano - non potendo esse tenersi vicino agli scogli, a noi gli scogli - e stringerli quanto più si poteva.
 " Se le fregate ancoravano sulla bocca del porto - diritto su di esse - e passar tanto sotto le loro batterie da non poter colpire - con tutta l’inclinazione data ai cannoni. Io aveva calcolato dall’alto e l’altezza delle batterie delle fregate e l’altezza de’ due piccoli piroscafi - ambi esposti alla mia vista ed a poca distanza.
" Presa cotal risoluzione - io scesi dalla torre del Convento e m’incamminai verso il porto per sollecitare l’imbarco ordinato da varie ore. Erano tremila e più i miei compagni - che meco dovevano traversare il mare - ed appena mille ne poterono ricevere i due piroscafi. Quello fu un momento penibile. Nessuno voleva rimanere, eppure molti lo dovevano. Vi era un’assoluta impossibilità di fare altrimenti.
" Col cuore lacerato io vidi rimanersi quella cara gioventù, che altro non voleva che precipitarsi nella impresa la più ardua e la più pericolosa, senza chiedere ove si andava - e qual'era il loro gui­derdone? Oh! Chi può disperare dell’avvenire d’una patria con uomini tali? - eppure quegli stessi no­ini che si cercò di schiacciare, di distruggere - erano poco tempo dopo trascinati come malfattori nelle prigioni dello Stato - coi nomi di ribelli, briganti e camorristi!
"I piroscafi che non potevano ricevere più di mille uomini - ne ricevettero più di duemila - ma erano straccarichi d’un modo, come non ho mai veduto.
"Chi poteva impedire l’imbarco a quella buona ma disperata gioventù’ Non ne entravano più sui bastimenti quando materialmente nè un solo vi poteva più mettere il piede, dalla gran calca. Era cosa spettacolosa!
"Così si uscì dal porto di Catania - verso le 10 pomeridiane. Le fregate - come avevo previsto - non tenendosi all’ancora dovevano tenersi alquanto scostate e l’espediente fu allora di costeggiare vici­nissimo gli scogli al settentrione del porto.
"Anche questa volta la fortuna marciò colla spedizione dei Liberi - e prima di giorno noi tocca­vamo la sponda meridionale della Calabria a pochissima distanza dal punto ove sbarcammo nel 60 - ed ove rimaneva lo scheletro del Torino, che per molto tempo si scoprirà ancora, testimonio della rabbia ridicola e sterminatrice dei Borboni. Il Torino era uno dei più bei piroscafi che io m’ avessi veduto. Proprietà nazionale ed individuale italiana - quel bel vapore si sarebbe potuto salvare al paese non essendovi nè necessità, nè gloria militare nel distruggerlo.
"Ancora una volta noi salutammo il continente italiano, pieno il cuore di speranze e colla meta di scuotere a libertà gli schiavi fratelli di Roma.
"Ma il continente italiano non rispondeva degnamente alla chiamata del risorgimento. Il Moderantismo aveva gettato tra le moltitudini la sua ghiacciata parola - e per sciagura quei moderati d’oggi erano i corifei della rivoluzione del 60 - e quindi possenti ad ingannare i popoli.
"Lo stesso giorno dello sbarco in Calabria si occupò Melito. Da Melito v’erano tre vie da prendere. L’orientale per Gerace - la centrale per San Lorenzo ed i Monti - e l’occidentale per Reggio. Per Reggio fummo fortunati nel 60 e si scelse quella.
"Da tutte le notizie raccolte io non dubitava che in quella estremità del continente italiano non si facessero quanti preparativi si potevano per fermarci - e veramente colla direzione su Reggio io avevo poca speranza di penetrarvi.
"Ciononostante - il fortunato nostro passaggio e la celerità di cui eravamo capaci ci mettevano nella possibilità d’entrare in Reggio - non avendo potuto ancora i nostri avversari radunare in quella città forza sufficiente per chiudercene l’entrata. Con un colpo di mano come quello del 60 - e colla simpatia della popolazione, di cui non dubitavo, noi saremmo entrati in Reggio. Ma molto dubbioso era, se pote­vamo entrare senza combattere e contrariamente al 60 noi dovevamo evitare i combattimenti.
"Tali considerazioni mi obbligarono d’accennare a Reggio - ma. poi deviarci e presimo a destra nella direzione d’Aspromonte.
"Il letto del torrente (S. Niccolò) fu la via che si seguitò per raggiungere le alture. Ad onta però di celere marcia la retroguardia nostra fu attaccata da una compagnia di truppa. Io ero già un pezzo sulla montagna quando fui avvertito di tale avvenimento - tornai indietro e vidi che tutto era terminato.
La strada dei monti che avevamo presa ci faceva evitare i corpi di truppa - ma ci lasciava in quasi assoluto difetto di viveri. Il primo giorno si passò con alcune pecore comperate dai pastori, e che furono insufficienti, Bisognava con tutto ciò marciare fortemente, sia per trovare dei viveri - come per oltrepassare Reggio ove si sapevano ingrossare ad ogni momento le truppe.
"Quei due giorni di marcia per i monti furono veramente disastrosi. La gente aveva mangiato pochissimo ed alcuni nulla Grande difetto di calzatura, per cui si doveva rallentare la marcia. Poi si consideri che la maggior parte dei giovani che mi accompagnavano oltre all’essere poco assuefatta alla fatica - perché gente agiata - erano giovanissimi - ed io aveva l’anima straziata di vederli in così misero stato - trascinarsi piuttosto che camminare.
"Qui mi accade ricordarmi di quei bei mobili di preti, che ci tolgono quasi assolutamente la gente della campagna. Indi la mancanza di gente nerboruta e forte per le marcie - quei miei poveri giovani in tutte le epoche hanno fatto marcie forzate e non poche - ma sostenuti più dalla forza morale che dalla fisica e penetrati dall’indomabile amor di patria.
"Non è da stupirsi se i sedicenti briganti che con tanta ostinazione tengono testa alle nostre truppe regolari nelle provincie napolitane hanno potuto sostenersi fin oggi e vi si sosterranno forse per un pezzo ancora - se dura loro la protezione del Papa e di Buonaparte.
     "Tutti questi briganti sono uomini del campo e della montagna - la suola naturale dei loro piedi non si consuma mai. Io mi ricordo un mio compagno di caccia contadino con cui cacciavo sui monti di Nizza - che quando entravamo in caccia toglieva le scarpe e le poneva in cintura.
"Con uomini simili si può fare facilmente trenta miglia in una notte - sorprendendo il nemico, batterlo e dopo d’aver bottinato ritirarsi in luoghi sicuri.
" Senza preti quella gente svelta, coraggiosa, robusta delle popolazioni sarebbe con noi, ed agevolerebbe immensamente a raggiungere la meta prefissa dalla nazione italiana.
"Io marciavo avanti - e - singolare - l’eletta della mia gente, in numero di circa cinquecento, marciava meco non solo, ma era obbligato di fermarla sovente perché non passasse avanti, spinta, po­vera gente, anche dalla fame e dalla speranza di trovare più avanti qualche cosa da mangiare. Si giunse finalmente alla casetta forestale d’Aspromonte, ove si credeva trovare alcuni viveri - ma nulla - e vi trovammo porte chiuse.
"Un campo di patate sfamò i primi giunti - che avevano pure avuto la previdenza di portare seco loro alcune fascine secche atte ad arrostire le patate, ciocchè fu eseguito in un momento. Per parte mia mangiai quelle patate arrostite deliziosamente.
"Il 28 agosto, credo, giunsimo in Aspromonte in numero di circa cinquecento, ed accampammo intorno alla casetta - io dentro. I miei poveri compagni giungevano alla spicciolata in uno stato da far pietà - affranti dalla fatica e dalla fame, e sprovvisti la maggior parte del necessario vestimento. Così stesso tra quella brava gioventù non si sentiva un lamento. Nel decorso della giornata giungevano sempre piccoli drappelli de’ nostri - e nello stesso tempo viveri che si erano mandati a cercare - ed altri che la brava popolazione dei paesi circonvicini ci offriva spontaneamente. Così passammo quel giorno.
Mi pare d’aver detto - che l’ultima marcia alquanto forzata - aveva il doppio oggetto di porci presto a settentrione di Reggio - e cercare da mangiare. Quest’ultimo motivo mi poneva nel caso di sollecitare la marcia - inquieto ed impaziente di trovar presto cibo per la gente, quindi immenso allungamento di colonna - e certamente la coda rimaneva indietro. In marcia cotale era impossibile trovare guide per ogni frazione della colonna. Indi deviamenti di direzione. Nella notte poi scabrosità dei sentieri di montagna ed oscurità dei boschi. Poi molti, dalle informazioni prese, conoscevano ch’io non seguivo sulle traccie de’ paesi, ma bensì verso un campo situato al limitare d’una foresta, e prendendo consiglio dalla fame si dirigevano di preferenza verso i paesi, ove si presentasse loro più possibilità di trovare de’ viveri.
"Tali e tanti motivi fecero sì che alla fine del giorno 28 ci mancarono ancora più di cinquecento dei nostri. La maggior parte di quei nostri mancanti caddero in potere della truppa, che si avvicinava ad Aspromonte - e gli altri che rimasero liberi si traviavano per non essere colti dalla truppa a Santo Stefano alcune miglia distante e seppero quasi subito ch'essa s’incamminava per Aspromonte. Feci subito toccare a riunione e marciare verso una posizione più conveniente, ch’io aveva riconosciuta. La posizione era magnifica - e se avessimo dovuto combattere dei nemici anche in numero doppio di quanto era la truppa italiana io non dubitavo della vittoria.
"E qui commisi un errore, che per deferenza non è citato da nessuno di quanti scrissero sul fatto doloroso d’Aspromonte; ma che in ossequio alla verità io devo confessare. Non volendo combattere - perché aspettare la truppa? Avrebbe dovuto il capo che la comandava mandarmi un parlamentario prima d’attaccare? Ma non dovevo io supporre che finalmente si voleva rompere, e che un po’ di sangue fraterno non farebbe male, e che per non dar tempo ai soldati di riconoscere chi avevano in fronte si farebbero comincìare il fuoco da lontano e subito giunti al passo di trotto - come fecero.
"Io dovevo supporre tutto questo e non lo feci. Io dovevo marciare prima dell’arrivo della truppa, lo potevo e non lo feci.
" Avrei molti motivi da anteporre a mio favore: per esempio - la distribuzione dei viveri ch’erano giunti, o che stavano per giungere. Veramente mentre io vedeva giù la truppa avanzare alla nostra volta, delle file di donne e d’uomini si scorgevano in lontananza carichi di provvigioni per noi.
"Non è questo sufficiente motivo, perché la gente qualche cosa aveva mangiato - e si poteva fare almeno una piccola marcia sino a Santa Eufemia - distante due ore - ed ove la popolazione con varie deputazioni mi aveva caldamente invitato. Oppure marciare io, con parte della gente a Santa Eufemia, e mandare il generale Corrao in altra direzione. Avrei potuto ancora frazionare di più la gente. Tutte queste misure, che potevano almeno momentaneamente allontanare la catastrofe, io avevo nella mente di eseguire, ma ciò doveva eseguire colla celerità che mi aveva servito in tante occasioni. E non lo feci.
          "Un altro motivo era quello di aspettare la gente nostra che marciava ancora, e che poteva giungere da un momento all’altro. Motivo anche questo insufficiente, poiché chi non s’era riunito a quell’ora o aveva poca voglia di riunirsi, od era stato arrestato - od era traviato, e si sarebbe riunito in altri luoghi.
"Infine un po’ d’irresoluzione da parte mia - posso dire insolita - fu per gran parte colpa di quanto avvenne. Ora devo confessare che quando vidi la forza (e certo nessuno la scoprì prima di me) alla distanza di circa tre miglia che marciava su di noi con sollecitudine, non mi passò nemmeno per idea la ritirata - quando fosse stata quella forza doppia di quello che era.
"Solamente ordinai al capo di Stato Maggiore di rettificare la linea occupata dai nostri e prendere alcune convenienti posizioni. La foresta d’Aspromonte forniva nella posizione in cui ci trovammo un contrafforte di piante che s’avanzava verso la pianura. A ponente del contrafforte il bosco si limitava, in linea retta scendendo dal monte verso la pianura; ed al di fuori del bosco verso ponente pure, il colle era privo d’alte piante e ricoperto di felce - formando un piano interrotto e convesso, che terminava alla nostra destra nella pianura ed al fronte nostro nel letto di un torrente.
          "Io avevo fatto formare la nostra linea sull’ alto del bosco, la sinistra al Monte, ove mi collocai io stesso per esser la parte più alta ed ove appoggiavano la loro sinistra alcuni dei battaglioni del corpo di Menotti.
"Menotti essendo alla destra del suo corpo si trovava al centro.
"La destra comandata dal generale Corrao si stendeva oltre l’estremità.
"Avevo ordinato che si schierassero alcune catene al fronte della linea, e che il resto fosse tenuto in colonna nei vuoti che si trovavano nella linea del bosco. Due compagnie furono staccate a crocchietto sulla nostra sinistra formando una perpendicolare colla nostra linea e colla direzione del torrente che domi­navano. Una terza compagnia fu inviata pure sulla nostra sinistra ad occupare un’eminenza che dominava tutta la linea - ed ove si temeva che verrebbero a comparire alcune compagnie di bersaglieri - che staccati dalla truppa minacciavano di fiancheggiarci.
"Ho già detto: che alla vista della truppa non mi sarei ritirato, ancorché avessi saputo che ci succederebbe peggio di quanto ci successe.
"Avevo commesso l’errore di non marciare appena scoperta la truppa - non dovevo più marciare alla vista di essa. Ciò sarebbe stata una fuga - e poca voglia v’era di fuggire.
"Dimodoché noi contemplammo tranquillamente il celere avvicinarsi de’ soldati italiani - i quali giunsero al passo di trotto sulla collina che fronteggiava la nostra al di là del torrente. Stendersi in linea e cominciare un fuoco d’inferno fu cosa d’un momento. Io passeggiavo al fronte delle nostre ca­tene - e certo addolorato dalla piega che prendevano le cose - massime che udivo sulla destra - es­sere stato risposto continuamente alle fucilate degli assalitori - continuavo colla raccomandazione di non far fuoco ed i miei aiutanti percorrendo la linea raccomandavano lo stesso - ed ordinavo alle trombe di comandare il cessare il fuoco.
"Io fui ferito al principio della fucilata - ed accompagnato all’orlo del bosco - ove fui obbligato di sedermi - rimasi quasi nell’impossibilità di più poter distinguere ciò che succedeva sulla linea. Ove avessimo avuto da fare con dei nemici - la cosa andava certo diversamente. Avrei potuto collocare, coperte dalle prime piante, le nostre catene dei bersaglieri e con loro potevo rimanere io stesso. Lasciare avanzare la truppa al di qua del torrente - e dopo d’averla fucilata a bruciapelo - caricarla di fronte - col vantaggio dell’altura, e di fianco sulla sua destra spingendovi, collo stesso vantaggio, le compa­gnie che si trovavano a crocchietto nella nostra sinistra. Tutto ciò poteva operarsi molto prima che le compagnie de’ bersaglieri, che marciavano per il bosco per fiancheggiarci sulla nostra sinistra, potessero comparire e prender parte alla pugna.
"Io non ho mai dubitato che per valorosi che fossero i soldati che avevamo di fronte - essi non potevano mancare d’essere sbaragliati.
"Io ho fatto gli elogi del colonnello Pallavicini - e sono oggi della stessa opinione. In primo luogo - noi potevamo cadere in peggiori mani. In secondo, egli eseguiva gli ordini che aveva, con valore e risoluzione. Ciò nonostante - ripeto - se nemici dell’Italia noi avessimo avuto in faccia da combat­tere - l’Italia in quel giorno contava una splendida vittoria di più.
"Già dissi in un altro luogo che alcuni picciotti dell’ala destra avevano risposto al fuoco della truppa. Io ciò aveva veduto nel momento in cui fui ferito. Ma ciò che non vidi - e seppi dopo - fu che li stessi picciotti e Menotti nel centro - avevano eseguito una scarica.

"E' positivo però che da tutte le parti della linea dal centro alla sinistra - ove si trovavano in maggioranza i veterani di tutte le pugne - dei volontari italiani, e che più immediati erano alla posizione da me occupata - nessuno si mosse ne fece fuoco.
"Seduto - attorniato da’ miei prodi fratelli d’armi - io ebbi la prima medicatura al mio piede destro - alla coscia sinistra un'altra palla mi aveva contuso, ma fu poca cosa.
"Frattanto giungevano alcuni della truppa - e tra essi vari di coloro che con me avevano servito nei tempi passati - e vidi il cordoglio sulla fisionomia di tutti - meno alcuni giovani ufficiali dell’esercito - che senza dubbio - nuovi nei combattimenti credevano di aver riportato una strepitosa vit­toria. Io ebbi ad incomodarmi con alcuni di questi pei spropositi loro - ma fu cosa di momenti.
"Giungendo la truppa sulla linea nostra - e non sapendo di me - molti de’ nostri si ritiravano per il bosco - dimodochè si rimase in pochi e ciò accelerò il disarmo della gente.
"I miei ufficiali di Stato Maggiore col colonnello Pallavicini stipulavano alcune condizioni - fatica inutile - poiché fummo trattati come prigionieri di guerra - come tali accompagnati a Scilla e come tali imbarcati a bordo della fregata il Duca di Genova e condotti alla Spezia.
"Da Aspromonte alla Spezia - io devo ricordare con gratitudine il trattamento del colonnello Pai­lavicini - del maggior Pinelli - del comandante Wright, del Duca di Genova - del colonnello Santa Rosa, e del comandante Ansaldi al Varignano - e del capitano di Porto, Rossi (uno dei mille), alla Spezia.